(troppo vecchio per rispondere)
Giuni Russo: «Combatto il dolore cantando la vita»
Carla
2004-04-10 11:01:04 UTC
--

LA MUSICA D’AUTORE
La popolare interprete di «Un’estate al mare» ha creato una suite musicale
per accompagnare il film muto «Napoli che canta» realizzato nel 1926 da
Roberto Leone Roberti, il papà di Sergio Leone

Giuni Russo: «Combatto
il dolore cantando la vita»

«Ho inciso le più belle canzoni napoletane ripensando a mia madre. Da
cinque anni lotto contro il tumore, ma a Sanremo non ho detto niente:
sarebbe stato amorale. Grazie a santa Teresa d'Avila ho scoperto la fede»



Di Gigio Rancilio



«La certezza l'ho avuta a nove anni, dopo avere visto mia sorella cantare
in uno chalet a Palermo. Ma in cuor mio lo sapevo già da qualche anno: il
sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla morte». Sulle
ultime tre parole, la voce di Giuni Russo si incrina un po'. Ma è solo un
attimo.
Cosa la affascinava così tanto del canto?
«Da bambina mi piaceva ripetere "A me piace cantare", accompagnando le
parole con un gesto delle braccia verso l'alto. Non sapevo perché. L'ho
capito da adulta: il canto per me è una cosa sacra, un gesto rivolto al
cielo. Un dono di Dio che guarisce l'anima».
Eppure nel 1982 è diventata famosissima con un brano sbarazzino come
«Un'estate al mare».
«Forse sono un'incosciente o forse solo un'artista, ma io non ho mai
cercato il successo. Quando Franco Battiato mi propose Un'estate al mare gli
dissi: abbiamo appena finito un album folle e straordinario come Energie e
mi fai cantare questa canzoncina? Poi l'ho sentita bene: aveva un'atmosfera
anni Sessanta, era graziosa. E l'ho incisa. È rimasta in hit parade quasi
sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato Per qualcuno sono
stata ingenua. Sicuramente sono stata libera».
Cosa l'ha convinta a realizzare una suite musicale di canzoni napoletane
per un film muto come «Napoli che canta», realizzato dal papà di Sergio
Leone?
«Innanzitutto l'entusiasmo di Paolo Cherchi Usai che ha restaurato il
film. Ma soprattutto il fatto che Napoli e le sue canzoni appartengono alla
mia infanzia. A Palermo, dove sono nata, tutti le cantavano. Le ho dentro.
Da sempre. Mi è venuta in mente mia madre che, durante un festino di santa
Rosalia, venne portata al largo da papà sulla sua barca di pescatore per
vedere meglio le luci della festa. Quando passò la nave per Napoli, che poi
sarebbe andata in America, mamma la salutò cantando in napoletano. In fondo,
questo disco è un grande omaggio a lei».
È vero che c'è stato un momento della sua carriera in cui ha pensato di
ritirarsi?
«Sì, me ne avevano fatte troppe. Un signore, di cui non voglio fare il
nome, aveva deciso di stroncarmi la carriera. È stata la mia guida
spirituale a convincermi a non lasciare tutto. Era un monachello
meraviglioso. Mi disse: "Non puoi smettere di cantare, hai avuto un dono
meraviglioso e hai il dovere di non soffocarlo". Mi ha messo addosso una
tale responsabilità...».
Però sembra averle dato anche la forza di fare scelte importanti.
«È una costante della mia vita artistica: ogni volta che ho cercato di
elevarmi ho litigato con discografici. L'ultima è stata quando ho presentato
La sua figura (tratta da una poesia di san Giovanni della Croce - ndr). Mi
hanno detto: "È bellissima. Però... sai... abbiamo famiglia. Non possiamo
pubblicarla. Se lo facciamo, ci licenziano". Volevano una canzonetta
radiofonica. Gli ho risposto che non ho canzonette nel cassetto e non ne
cerco. Se devo fare la fame, per non cedere a compromessi, la farò. La mia
forza è questa: non avendo marito né figli ai quali pensare posso vivere con
poco. E così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere
un'artista libera».
Cosa è scattato nella sua vita perché cominciasse a frequentare e cantare
testi di san Giovanni della Croce, Edith Stein e santa Teresa d'Avila?
«C'è stato un momento della mia vita e della mia carriera in cui mi ero
seduta. Ho chiamato la mia produttrice e Maria Antonietta Sisini e le ho
detto: non possiamo ridurci così, non può essere questa la vita: viviamo in
perenne affanno e non siamo felici. Così mi sono messa a cercare. Ho
scoperto Ermete Trismegisto e la tavola smeraldina. La teosofia, Steiner. Ho
letto un sacco di cose, ma stringi, stringi, mi mancava qualcosa: il ceppo
principale. L'ho trovato con santa Teresa d'Avila. Grazie a lei e a Edith
Stein sono diventata un po' carmelitana. Erano i primissimi anni Novanta. Ho
vissuto cinque anni meravigliosi. P oi è iniziata la mia lotta contro il
cancro. Dura ormai da cinque anni. Ho fatto tre operazioni. Secondo il primo
medico, non avrei dovuto superare il 2002».
Come ha fatto a non crollare?
«È stata durissima. Ho avuto momenti di grande dolore e di grande
sconforto, ma anche di gioia perché, grazie alla musica, faccio il lavoro
più bello del mondo. Poi sono arrivati i concerti: una vera grazia. E,
l'anno scorso, Sanremo».
A Sanremo è andata in gara a viso aperto, con la sofferenza disegnata sul
volto. Perché?
«Volevo andarci a tutti i costi. Ero arrabbiatissima. Dicevo: io sto
morendo e non ho coronato la mia carriera come avrei voluto. Così sono
andata a Roma e ho chiesto a Baudo, che era il direttore artistico, di darmi
la possibilità di proporre alla giuria un brano. Lui non lo sapeva, ma era
lo stessa canzone che mi avevano boicottato per ben due volte. Baudo sapeva
della mia malattia. Ma agli altri non ho detto niente. Sarebbe stato amorale
partecipare alla gara "da malata". Adesso ho deciso di parlare perché non mi
interessa più nascondermi».
Come fa ad essere così serena?
«Ho fatto pace col mio male. Solo così sono riuscita a fare un'operazione
dopo l'altra. Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto e
litigato, anche col crocifisso. Alla fine però ho accettato la malattia. In
ginocchio».

Da Avvenire
Salghy
2004-04-10 12:00:08 UTC
Scusate...che tipo di tumore ha Giuni Russo? Sono sconcertato, non ne sapevo
nulla.
E spero tanto che riesca a guarire.
Saluti
Salghy
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LA MUSICA D'AUTORE
La popolare interprete di «Un'estate al mare» ha creato una suite
musicale
per accompagnare il film muto «Napoli che canta» realizzato nel 1926 da
Roberto Leone Roberti, il papà di Sergio Leone
Giuni Russo: «Combatto
il dolore cantando la vita»
«Ho inciso le più belle canzoni napoletane ripensando a mia madre. Da
sarebbe stato amorale. Grazie a santa Teresa d'Avila ho scoperto la fede»
L'Ugonotto
2004-04-11 00:49:24 UTC
Carla ha scritto nel messaggio ...
Poi è iniziata la mia lotta contro il
cancro. Dura ormai da cinque anni. Ho fatto tre operazioni. Secondo il primo
medico, non avrei dovuto superare il 2002».
Non ho parole, ci sono rimasto di sasso...
Quando a San Remo si presento' calva, tutti a dirmi "Ma e' malata?", e io a
ripetere che no, era solo il look alternativo che aveva scelto... Adesso
sapere che, in realta', il male c'e' davvero, mi sciocca...
Questo mondo, ormai cieco e insensibile, ha bisogno di spiriti come quelli
di Giuni, ed il suo ha ancora tanto da dare, ancora tante verita' da
riflettere... e quando lo spirito e' luminoso il corpo non puo' soffocarlo.
Coraggio Giuni!

<<Quando ognuno di noi nasce e riceve l'anima, viene preso in consegna dai
demoni [...]. Questi dunque, entrati nelle due parti dell'anima attraverso
il corpo, la perturbano ciascuno secondo la propria energia. Solo la parte
razionale dell'anima resta libera dal dominio dei demoni, atta a divenire
dimora di Dio. Se dunque un uomo viene illuminato dal raggio divino [...] i
demoni sono ridotti all'impotenza; giacche' nessuno, ne' degli dei ne' dei
demoni, ha potere contro uno solo dei raggi divini>>
(Corpus Hermeticum, Poimandres XVI, 15-16)

Un saluto,

L'Ugonotto.
AleZen
2004-04-12 22:58:19 UTC
Grazie Carla per l'articolo..
Grazie Giuni per la forza che trasmetti..ti aspetto in un tuo grande
concerto.

ciao
AleZ
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LA MUSICA D'AUTORE
La popolare interprete di «Un'estate al mare» ha creato una suite
musicale
per accompagnare il film muto «Napoli che canta» realizzato nel 1926 da
Roberto Leone Roberti, il papà di Sergio Leone
Giuni Russo: «Combatto
il dolore cantando la vita»
«Ho inciso le più belle canzoni napoletane ripensando a mia madre. Da
sarebbe stato amorale. Grazie a santa Teresa d'Avila ho scoperto la fede»
Di Gigio Rancilio
«La certezza l'ho avuta a nove anni, dopo avere visto mia sorella cantare
in uno chalet a Palermo. Ma in cuor mio lo sapevo già da qualche anno: il
sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla morte». Sulle
ultime tre parole, la voce di Giuni Russo si incrina un po'. Ma è solo un
attimo.
Cosa la affascinava così tanto del canto?
«Da bambina mi piaceva ripetere "A me piace cantare", accompagnando le
parole con un gesto delle braccia verso l'alto. Non sapevo perché. L'ho
capito da adulta: il canto per me è una cosa sacra, un gesto rivolto al
cielo. Un dono di Dio che guarisce l'anima».
Eppure nel 1982 è diventata famosissima con un brano sbarazzino come
«Un'estate al mare».
«Forse sono un'incosciente o forse solo un'artista, ma io non ho mai
cercato il successo. Quando Franco Battiato mi propose Un'estate al mare gli
dissi: abbiamo appena finito un album folle e straordinario come Energie e
mi fai cantare questa canzoncina? Poi l'ho sentita bene: aveva
un'atmosfera
anni Sessanta, era graziosa. E l'ho incisa. È rimasta in hit parade quasi
sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato Per qualcuno sono
stata ingenua. Sicuramente sono stata libera».
Cosa l'ha convinta a realizzare una suite musicale di canzoni napoletane
per un film muto come «Napoli che canta», realizzato dal papà di Sergio
Leone?
«Innanzitutto l'entusiasmo di Paolo Cherchi Usai che ha restaurato il
film. Ma soprattutto il fatto che Napoli e le sue canzoni appartengono alla
mia infanzia. A Palermo, dove sono nata, tutti le cantavano. Le ho dentro.
Da sempre. Mi è venuta in mente mia madre che, durante un festino di santa
Rosalia, venne portata al largo da papà sulla sua barca di pescatore per
vedere meglio le luci della festa. Quando passò la nave per Napoli, che poi
sarebbe andata in America, mamma la salutò cantando in napoletano. In fondo,
questo disco è un grande omaggio a lei».
È vero che c'è stato un momento della sua carriera in cui ha pensato di
ritirarsi?
«Sì, me ne avevano fatte troppe. Un signore, di cui non voglio fare il
nome, aveva deciso di stroncarmi la carriera. È stata la mia guida
spirituale a convincermi a non lasciare tutto. Era un monachello
meraviglioso. Mi disse: "Non puoi smettere di cantare, hai avuto un dono
meraviglioso e hai il dovere di non soffocarlo". Mi ha messo addosso una
tale responsabilità...».
Però sembra averle dato anche la forza di fare scelte importanti.
«È una costante della mia vita artistica: ogni volta che ho cercato di
elevarmi ho litigato con discografici. L'ultima è stata quando ho presentato
La sua figura (tratta da una poesia di san Giovanni della Croce - ndr). Mi
hanno detto: "È bellissima. Però... sai... abbiamo famiglia. Non possiamo
pubblicarla. Se lo facciamo, ci licenziano". Volevano una canzonetta
radiofonica. Gli ho risposto che non ho canzonette nel cassetto e non ne
cerco. Se devo fare la fame, per non cedere a compromessi, la farò. La mia
forza è questa: non avendo marito né figli ai quali pensare posso vivere con
poco. E così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere
un'artista libera».
Cosa è scattato nella sua vita perché cominciasse a frequentare e cantare
testi di san Giovanni della Croce, Edith Stein e santa Teresa d'Avila?
«C'è stato un momento della mia vita e della mia carriera in cui mi ero
seduta. Ho chiamato la mia produttrice e Maria Antonietta Sisini e le ho
detto: non possiamo ridurci così, non può essere questa la vita: viviamo in
perenne affanno e non siamo felici. Così mi sono messa a cercare. Ho
scoperto Ermete Trismegisto e la tavola smeraldina. La teosofia, Steiner. Ho
letto un sacco di cose, ma stringi, stringi, mi mancava qualcosa: il ceppo
principale. L'ho trovato con santa Teresa d'Avila. Grazie a lei e a Edith
Stein sono diventata un po' carmelitana. Erano i primissimi anni Novanta. Ho
vissuto cinque anni meravigliosi. P oi è iniziata la mia lotta contro il
cancro. Dura ormai da cinque anni. Ho fatto tre operazioni. Secondo il primo
medico, non avrei dovuto superare il 2002».
Come ha fatto a non crollare?
«È stata durissima. Ho avuto momenti di grande dolore e di grande
sconforto, ma anche di gioia perché, grazie alla musica, faccio il lavoro
più bello del mondo. Poi sono arrivati i concerti: una vera grazia. E,
l'anno scorso, Sanremo».
A Sanremo è andata in gara a viso aperto, con la sofferenza disegnata sul
volto. Perché?
«Volevo andarci a tutti i costi. Ero arrabbiatissima. Dicevo: io sto
morendo e non ho coronato la mia carriera come avrei voluto. Così sono
andata a Roma e ho chiesto a Baudo, che era il direttore artistico, di darmi
la possibilità di proporre alla giuria un brano. Lui non lo sapeva, ma era
lo stessa canzone che mi avevano boicottato per ben due volte. Baudo sapeva
della mia malattia. Ma agli altri non ho detto niente. Sarebbe stato amorale
partecipare alla gara "da malata". Adesso ho deciso di parlare perché non mi
interessa più nascondermi».
Come fa ad essere così serena?
«Ho fatto pace col mio male. Solo così sono riuscita a fare un'operazione
dopo l'altra. Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto e
litigato, anche col crocifisso. Alla fine però ho accettato la malattia. In
ginocchio».
Da Avvenire
giuseppe turi
2004-04-13 12:47:13 UTC
sono emozionato per questa intervista che traspira una forza di volonta'
pari alla sua voce. sono dispiaciuto per la cattiva notizia. quella sera a
sanremo non ci avevo fatto caso.
proprio auguro a giuni di dominare e vincere il male del secolo e di andare
avanti con la sua liberta'.
vorrei tanto ascoltarla in qualche concerto. ne sarei felice.
tieni duro giuni!!!

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